Pontificia Università della Santa Croce, Roma, 8 ottobre 2025
L’8 ottobre 2025, in occasione del conferimento del dottorato honoris causa, il ROR ha organizzato un pomeriggio di studi in onore del Professor Pierpaolo Donati, dedicato al libro La relazione con Dio. Quale alterità tra l’umano e il divino? Sono intervenuti, il professor Luis Romera (PUSC), il professor Antonio Malo (PUSC) e il Professor Giulio Maspero (PUSC), posti in dialogo con l’autore dalla moderazione di Ilaria Vigorelli (PUSC).
Luis Romera, aprendo i lavori, ha definito il libro uno “sforzo di sintesi” che si concentra verso il vertice ove tutto prende forma e senso. Il pensiero (della filosofia, della teologia e anche della sociologia) che diventa sempre più sapienziale, nasce e, secondo Romera, va garantito, mantenendo l’esperienza come cartina tornasole. Un pensiero squisitamente empirico non può di per sé essere sapienziale. Il libro di Donati, invece, ci costringe a tornare alla nostra esperienza vissuta, mettendo in evidenza come la nostra costituzione sia frutto delle nostre relazioni e dei momenti in cui esse vengono in evidenza. Il lavoro, ad esempio, se non esprime la relazione – e non è vissuto come tale – non ci configura nella nostra identità ma ci aliena. Risultati, successo, potere e immagine, si pongono oggi come fatti esteriori fondamentali, ciò nonostante, invece di configurarci, ci allontanano dalla nostra identità.
Un passaggio di carattere essenziale nel pensiero di Donati sta nel fatto di pensare la relazione, insieme ai beni relazionali, non a partire dai suoi “poli” ma come elemento terzo e a sé stante: l’io, il tu, l’alterità e questo “terzo emergente”, la relazione, con il suo carattere specifico. La relazione è, infatti, l’effetto emergente dell’azione reciproca. In tal senso il sociologo durante i lavori ha sottolineato le differenze tra la sua proposta, che ha definito come un tentativo di teoria generale della relazione, ed altre teorie di carattere parziale.
Facendo riferimento a Benedetto XVI, per il quale l’amore non è un sentimento ma è una relazione, Donati ha distinto la sua teoria della relazione dalla visione intersoggettiva di Husserl, da quella della Stein, che si differenzia per l’empatia, ma anche da Lévinas e da Buber il quale, pur affermando l’importanza dell’io e del tu, non riconosce la relazione come dato esistente. Donati ha sottolineato altresì l’importanza, in tale scenario, di un autore come Guardini il quale, tuttavia, ha messo molto l’accento sull’irriducibilità dell’io e sull’opposizione polare, non elaborando mai una teoria generale della relazione.
Ciò premesso, questo “elemento terzo” acquista una particolare forza quando è Dio l’altro polo della relazione. La relazione con Dio, ha spiegato Donati, è tra me e Dio ma è anche una relazione che “accoglie” ed è “presente” in tutte le altre relazioni.
A tal proposito nel suo intervento Antonio Malo ha sottolineato come tutte le nostre relazioni si trovino o si dovrebbero trovare nella relazione con Dio, che è da intendersi non solo come “origine” ma anche come “fine” di tutte le relazioni.
Per Malo il tema centrale sotteso a tutto il lavoro di Donati è quello dell’alterità: l’identità si oppone all’alterità. Non è possibile un’identità senza alterità o viceversa. In questa prospettiva è più facile comprendere l’enigma della relazione: nella misura in cui unisce, essa separa.
Ancora il professor Malo ha posto all’attenzione dei presenti alcuni caratteri fondanti della relazione, che emergono dalla lettura del libro di Donati. La relazione umana è immanente e trascendente, perché trascende le persone umane; essa poi si basa sulla fiducia. La sfiducia, ha d’altro canto osservato il filosofo ricordando le tesi di Paul Ricœr, dipende da un danno alla relazione. Si è, quindi, di fronte ad una forma di degenerazione quando il sospetto, divenendo costitutivo dello sguardo sul mondo, mina le relazioni nella loro stessa sussistenza.
Nel suo intervento Giulio Maspero posto in evidenza come il testo di Donati ponga delle provocazioni al pensiero scientifico, filosofico, e teologico.
Di fronte alla crisi del moderno che cosa resta da fare? L’analisi freudiana di Edipo rappresenta un’operazione parziale ma il mito narra qualcosa di reale: tutte le relazioni si confondono. Il nichilismo in cui siamo immersi è, per Maspero, serio e reale. Si registrano dati chiari e inappellabili: tra diciotto anni entreranno a scuola solo 300.000 ragazzi; negli ospedali sono ricoverati malati senza parenti. Ciò significa che non ci sono più relazioni. L’analisi di Donati deve, per Maspero, spingere a prendere in mano la sfida del nichilismo e per far ciò occorre ripartire dalla relazione.
Ma come declinare tutto ciò nel mondo creato? Donati trae spunto dal pensiero di Tommaso, il quale afferma che la distinzione è una relazione (e non un’opposizione dialettica). Ciò premesso, ad avviso di Giulio Maspero, il passo da fare non può essere equivoco ma analogo. La paradossale frase di Sant’Agostino “la mia dottrina non è mia” è a tal proposito illuminante. La frase non è assurda in senso logico ma appunto paradossale, cioè contro la doxa. L’io è la cosa più nostra che abbiamo ma anche la meno nostra. Per tale ragione il passaggio dalle tre Persone divine all’uomo è qualcosa di essenziale. Nessun uomo si identifica con l’intera sostanza umana ma ciascuno nella relazione con tutti gli altri.
In risonanza all’intervento di Giulio Maspero, Pier Paolo Donati ha osservato come da sempre ogni società abbia avuto un’idea di Dio e come questo presupposto oggi sia venuto improvvisamente a mancare. Spesso alla domanda “che cosa abbiamo da proporre come idea di Dio?” non sappiamo rispondere. Per questo, ha spiegato il sociologo, la proposta di una matrice teologica-relazionale appare assai convincente oggi, poiché Dio sta nelle relazioni concrete, storiche, presenti e prossime. Questa comprensione per Donati è anche la proposta più convincente per l’evangelizzazione. Un’amicizia profonda o una conversione veicolano un’esperienza condivisa e reale. Non si tratta di idee o di fiction ma di esperienze relazionali che convincono le persone ed in cui le persone si ritrovano: le relazioni sono il luogo dove incontriamo l’umanità nella sua verità.
Donati ha infine concluso i lavori rivelando che il libro è nato per dare un contenuto all’espressione “si sono aperti i cammini divini della terra” (San Josemaría Escrivá de Balaguer). Come dobbiamo vivere questi cammini divini? La concezione relazionale che ha il cristiano è di per sé unica, la Trinità è relatio subsistens. Noi cristiani possiamo vedere nelle relazioni con gli altri il Terzo (che poi è Cristo). Per questo, spiega Donati, non basta l’intenzione di “santificare il lavoro”, perché la relazione va al di là delle intenzioni: il divino c’è sempre, perché c’è il terzo. Santifico il lavoro se lavoro con Cristo, se non c’è questa compagnia non è possibile santificare alcunché. Noi non ci trascendiamo nell’atto – ha sottolineato il sociologo – ma nella relazione. Karol Wojtyla ha scritto “Persona e atto”, in cui si sostiene che la persona si trascenda nell’atto. Ma occorre per Donati partire da un gradino più basso: l’atto prende senso nella relazione. Io mi comporto da figlio non perché penso di fare un atto da figlio ma perché ho la relazione di figlio. Allo stesso modo io mi trascendo nella relazione, perché è la relazione che dà senso all’atto. Un atto (da figlio ad es.) senza la relazione non è tale. Quindi – ha concluso Donati – la relazione è costitutiva. Senza quella relazione non possiamo essere noi stessi e nemmeno conoscere Gesù Cristo ed essere veramente in relazione con Lui.

